Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

100mila lire per Morandi

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In occasione della bella e sobria mostra di Morandi organizzata a Villa Panza a Biumo da Anna Bernardini (Giorgio Morandi, collezionisti e amici, sino all’11 gennaio), veniamo a riscoprire il profilo di un artista la cui moralità oggi certo sconcerterebbe. Quando Francesco Paolo Ingrao, collezionista sardo, ansioso di avere una sua opera, gli mandò un assegno di 100mila lire, ebbe questa risposta da un Morandi imbarazzato: «Sarà necessario che ci intendiamo perché non mi è possibile accettare tanto denaro per un dipinto». Tanto denaro per un dipinto: e sì che i dipinti erano quasi tutti centellinati e filtratissimi capolavori. Come la serie di bottiglie che animano l’VIII sezione della mostra varesina. Bottiglie lunghe e strette dei vinai e delle trattorie bolognesi, che Morandi colorava di bianco per evitare il disturbo dei riflessi luminosi. Composte in un equilibrio meditato e assoluto, vibrano di una tensione quasi da spasimo. Difficile immaginare un simile equilibrio di pudore e di arditezza.

Sempre nel bel saggio in catalogo (edizioni Skira) di Flavio Fergonzi viene ricordato un episodio che consacrò la fama di Morandi, al di là certamente dei suoi desiderata. Nella Dolce Vita di Fellini, Mastroianni e Steiner dialogano davanti a una natura morta morandiana: «Gli oggetti sono immersi in una luce di sogno… dipinti con uno stacco, un rigore che li rendono quadi intangibili. Si può dire che è un’arte in cui niente accade per caso». Chapeau. (Certo è sorprendente pensare che Fellini sfosse stato stregato da Morandi, così lontano da lui. Sarebbe bello saperne di più).

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Written by giuseppefrangi

ottobre 2, 2008 a 11:32 pm

3 Risposte

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  1. Penso che l’insistenza sull’inquadratura del Morandi nella Dolce Vita non debba spiegarsi con la predilezione personale del regista, quanto con la sua incredibile capacità di registrare i fatti della cultura e interpretarli come elementi determinanti di un momento storico e di una certa classe sociale. Sono tanti gli elementi che servono a Fellini per caratterizzare la figura di Stainer nella Dolce Vita (senza mai soffermacisi troppo ma facendoceli notare tutti, nel posto e nel momento giusto) e che si possono leggere come delle bussole con precise direttive per una messa a fuoco del personaggio Stainer: Bach suonato nell’incontro col ‘velleitario’ Marcello nella chiesa vicina all’ eur42, l’arredamento della sua casa, il portamento e l’abito suo e della moglie… E quel Morandi così ben evidenziato, che in quel momento rappresenta il gusto di un intellettuale, borghese, in preda alle proprie malinconie. Quei quadri ove l’artista ha inseguito con maniacale ossessione un’idea estetica, in equilibrio sempre precario tra leggerissime variazioni cromatiche; quelle opere in cui, come scrisse Testori, dopo le ombre-colore dell’impressionismo e dei post impressionisti, le ombre tornano ad essere tali, con tutta la loro terribilità; quelle opere dico possono da sole rappresentare il tipo di turbamento, borghesemente posato e malinconico di Steiner, facendoci anche prevedere l’unico modo in cui l’amico di Marcello avrebbe potuto uscire di scena. Sono procedimenti narrativi che vengono alla mente. Pensiamo a Swann, nella Recherche: non c’è elemento del suo vestiario, del modo di muoversi o comportarsi, che non serva alla sua caratterizzazione. Forse la Recherche non è l’esempio più appropriato visto che da un volume all’altro viene continuamente elusa la possibilità di fissare una volta per tutte la fisionomia di un personaggio e le personalità sono sempre in balia dei capricci del tempo e della memoria. Eppure basta leggere gli scritti di Fellini, scoprendone una incredibile capacità narrativa, per capire che il regista ha in mente dei meccanismi di narrazione letteraria anche in quelle carrellate, così precise nei tempi e nei luoghi, così azzeccate, capaci di rendere tutto il senso di un ambiente e di un’atmosfera, pur immergendoli in una carica di fantasia tutta privata, come in un quadro di Carpaccio. Carrellate descrittive come una pagina di libro, dove gli oggetti vengono fatti parlare, divengono il coro delle antiche tragedie greche, come nei romanzi non romanzi di Carlo Dossi.

    stefano

    ottobre 9, 2008 at 3:52 pm

  2. Grazie per la risposta davvero esaustiva. Vado a rivedermi il film.

    giuseppefrangi

    ottobre 10, 2008 at 1:05 pm

  3. its great, thanks

    Ali Davut

    novembre 20, 2008 at 3:45 pm


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