Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

Beuys in Vaticano (se ci fosse stato Ravasi)

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Gianfranco Ravasi, da pochi mesi “ministro” della cultura vaticana, è un uomo intelligente e non affetto da clericalismo. In un’intervista rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung (e pubblicata questo mese dal Giornale dell’arte) affronta in modo finalmente coraggioso il tema del rapporto tra la chiesa e l’arte moderna. Bacchetta severamente il sin troppo sbandierato nuovo Lezionario in cui sono state inserite opere di Paladino e Chia («artisti validi ma persino i loro lavori sono parsi privi di ispirazione»). Dice Ravasi: «…Forse allora è la chiesa ad aver perso contatto con la creatività». «L’arte contemporanea deve essere presente nei nuovi spazi delle chiese. Ci vorranno anni per dar vita a un nuovo gusto, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare». Come esempio di questa incapacità di comprendere quel che di nuovo si presenta sulla scena del mondo Ravasi cita la piccola Crocifissione di Joseph Beuys, del 1963. «La Chiesa avrebbe dovuta acquistarla negli anni 60, sarebbe stata un grande segnale».
beuys-crocifissioneLa Crocifissione (nella foto) si compone di due flaconi già usati per la conservazione del plasma, vuoti, posati su blocchetti di legno: rappresentano San Giovanni e Maria ai piedi della croce. Nel mezzo un altro pezzo di legno, verticale con una croce rossa in alto. Dissacrante? Non direi. Sofferente, piuttosto. Della sofferenza di un artista che cerca di rappresentare un’immagine sulla quale è incardinata la storia (non solo quella dell’arte), e si trova tra le mani solo questi poveri resti ancora pregnanti di un significato.
Grazie quindi a Ravasi per aver sollevato la grande questione. Ora guardiamoci da chi dice di avere soluzioni in tasca. Su una materia così bisogna procedere, senza enfasi, tentativamente. L’importante è procedere, e prendersi dei rischi. E tenere gli occhi (e anche le porte: quelle delle chiese) aperti.
Post scriptum: l’importante è invece lasciar fuori dalla porta la retorica della presunte, periodiche rinascite del sacro. E lasciar fuori dalla porta anche le “elemosine” di  quegli artisti che regalano qualche soggetto sacro per vanità. Meglio il balbettio anche ambiguo di un Beuys. Almeno lui si gioca con le sue domande e l’asprezza dolorosa del suo sguardo.

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Written by giuseppefrangi

novembre 9, 2008 a 4:16 pm

2 Risposte

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  1. E’ bello leggere parole buone su Ravasi nel giorno in cui il teologo presenta sul Sole la mostra della Conversione Odescalchi… Mentre l’autore del blog è impegnato a parlare di Chicago, io mi sono premurato di prepararmi alla sua calata a Roma, andando già a vedere la mostra di Bellini per non trovarmi a secco al momento opportuno. Devo dire che, anche per un profano, ci sono cose da lasciar senza parola. Ricordano quaso tutto dei decenni del 500: i veli azzurri di Antonello, le geometrie di Piero (spezzettate però nei frammenti della quotidianità), i colori luminosi di Tiziano assieme alle profondità oscure del Mantegna… Eppoi, fra le tele più incredibili, quella di Rimini: un motivo più che sufficiente per giustificare l’entusiasmo di un profano come me

    Paolo Biondi

    novembre 10, 2008 at 12:14 am

  2. Direi che la questione è inquadrata alla perfezione… Vorrà dire che mi guiderai tu…

    giuseppefrangi

    novembre 10, 2008 at 12:12 pm


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