Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

L’abside di Siza e la tenda di Mosé

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Visto che è domenica ritorno sulla questione del costruire chiese oggi. Il libro di Dianich propone un riferimento in effetti molto interessante: ed è la chiesa costruita da Alvaro Siza a Marco de Canavezes, vicino ad Oporto. La chiesa è dedicata a Santa Maria ed è stata costruita sul finire degli anni 90. Siza cerca di aggiornare un canone architettonico tradizionale, proponendo una facciata con due corpi laterali sporgenti che richiamano il motivo delle torri di tante cattedrali gotiche e, soprattutto, ritorna su un elemento dimenticato, come quello dell’abside, trasformando però la curva da concava in convessa. La semplicità del bianco degli intonaci e la linearità di tutto il perimetro in effetti dà una positiva idea di umiltà, di una fantasia messa all’opera ma trattenuta dalle soluzioni troppo soggettivistiche.

Ma c’è un però… Proprio settimana l’altra ad Arezzo mi è capitato di entrare nella meravigliosa chiesa romanica di Santa Maria della Pieve (nella foto sotto). La cosa che colpiva è la bellezza dello spazio; una bellezza pacificata ma insieme grandiosa date le dimensioni della chiesa (soprattutto l’altezza). E il tutto culminava in un’abside semplice e perfetta, fatta di nuda pietra, nella cui linea circolare così esatta, così accogliente  (per dirla tutta: così umana) sentivi una sorta di eco quasi di Paradiso. Quella curva dell’abside l’avvertivi come un abbraccio, ma un abbraccio largo, perché proposto a te come singolo ma anche come popolo. Insomma davanti a quell’abside ti accorgi istintivamente che non sei solo.: questo comunica l’architettura. Siza in paragone non ce la fa. La sua abside è perfetta ma un po’ escludente. Ti taglia fuori o ti concepisce come persona chiamata a un confronto individuale con l’eterno. È una struttura ultimamente muta, che si ritrae (per questo è convessa e non concava….)  invece che venirti incontro.

Questo sottilinea ancora una volta un motivo molto semplice che dovrebbe essere sempre ricordato da chi costruisce oggi. Nell’Esodo 33, quando Mosè costruisce fuori dall’accampamento una tenda per i suoi incontri con Dio, la chiama la “tenda del convegno”. Perché lì dentro non avveniva nulla di esoterico. Semplicemente in quel luogo scrive l’Esodo, «il Signore parlava faccia a faccia con Mosé, come uno parla al suo amico». Il suo amico: ecco il fondamento concettuale su cui un architetto dovrebbe fondare un’idea di Chiesa.

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Written by giuseppefrangi

marzo 22, 2009 a 12:06 pm

2 Risposte

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  1. Non riesco a non pensare che costruire chiese non sia una semplice operazione di progettualità architettonica, ma che sia necessario vivere lo spazio chiesa, comprendere il senso di quell’edificio e condividere il desiderio di partecipare dell’Incontro e del Mistero che diventa Storia… Non credo che possa esserci un’arte sacra senza sacralità. Altrimenti gli elementi architettonici diventano citazioni – più o meno colte, più o meno belle, più o meno riuscite – all’interno di un discorso balbettante, quello che fa diventare le cappelle “laboratori liturgici” (sic)

    perseoc

    marzo 22, 2009 at 5:11 pm

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