Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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Un Medioevo piene di tenerezze

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Quante sorprese tra le pagine del libro di Chiara Frugoni cui ho già fatto accenno qualche post fa.  Lei le definisce “pillole” di iconografia: in effetti sono centinaia di sguardi gettati su immagini generate dalla grande cultura medievale. E sguardo dopo sguardo poco alla volta cade la presunzione ci si è posti rispetto a quelle immagini: guardate con l’occhio nostro, che è un occhio superficiale, se non ha la pazienza di capire cosa vedeva davvero l’occhio degli uomini di quella stagione. Nelle immagini dell’arte medievale niente è mai messo a caso o per istinto di chi le ha realizzate. Tutto ha una ragione, e tutto obbedisce a una rigorosa struttura concettuale.

Ma ci sono particolari, che svelati, sorprendono anche per la loro geniale semplicità. Me ne sono rimasti impressi due e hanno per filo conduttore la tenerezza del rapporto tra Maria e suo figlio. La prima è relativa alla Crocifissione di Giotto agli Scrovegni. L’occhio medievale notava subito che Maria è senza il velo, elemento d’obbligo nella sua iconografia: infatti pietosamente lo ha prestato per coprire le nudità del Cristo crocifisso. Infatti il perizoma dipinto da Giotto è stranamente trasparente. Nessun Vangelo cita questo particolare, ma la Frugoni ha scovato molte fonti medievali che invece nel riraccontare la Crocifissione, immaginano questo particolare, che rende l’infinito strazio della madre che vuole evitare al figlio la vergogna della nudità a cui l’hanno obbligato i suoi carnefici. Un  gesto di semplice pudore che fa capire a quale dolente finezza possa arrivare l’amore di una madre.

Da Giotto, un salto indietro a Cimabue. Nella scena oramai quasi illeggibile dell’Assunzione ad Assisi, Maria e il figlio sono come legati da un abbraccio dentro la mandorla. Addirittura i loro piedi nudi si accavallano, come svela un disegno realizzato da un visitatore del secolo scorso (quando l’immagine era molto più leggibile). Questo motivo è ripreso da un minore, il Maestro di Cesi, del primo 1300, con un’opera che è unvero  trionfo della tenerezza. Maria infatti appoggia la testa sulla spalla del figlio, come colta in un momento di intimità. Lui, a sua volta la stringe a sé, abbracciandola. Mentre le loro mani s’incrociano e si sfiorano. È sorprendente come la ieraticità della scena non censuri per nulla il contenuto affettivo.

Non aggiungo altro alle parole di Chiara Frugoni su quest’opera: «Il Maestro di Cesi si mostra particolarmente felice nel rendere, con il fiducioso e intento abbandono della Vergine, a testa china fra le braccia di Cristo, l’intima dipendenza della madre-sposa verso il Figlio divino ritrovato, quasi Maria sussurrasse: “Infine!”»


Written by giuseppefrangi

giugno 9, 2010 at 12:12 am

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Giotto e quel bacio sulle labbra

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Leggendo qua e là il nuovo libro di Chiara Frugoni La voce delle immagini mi sono imbattuto in questa immagine ben nota. È un dettaglio dell’Incontro tra Gioacchino e Anna sotto la Porta d’oro, dipinto da Giotto agli Scrovegni. L’episodio è legato alla concezione di Maria e la Porta d’oro è una trasposizione simbolica dell’Immacolata concezione (che a quei tempi era verità ancora molto discussa nella Chiesa).

Ero abituato a vedere l’immagine nell’insieme, con  quel senso supremo della costruzione di cui Giotto era maestro. Trovarmi davanti questo dettaglio stretto, quasi un close up su quel bacio tra i due anziani sposi, mi ha folgorato. Date un occhio ai dettagli di questo dettaglio: le mani di Anna che stringono la testa del marito e ne accarezzano i capelli e la barba, il suo occhio innamorato che si fissa su di lui. Il braccio di Gioacchino che gira largo sulla spalla della moglie, quasi trattenuto dal pudore. I due volti che non si sfiorano ma si toccano. E poi quel bacio sulle labbra, così intenso, così tenero, così fisico. Mi colpisce che sia Anna a prendere l’iniziativa, a rovesciare il copione. È lei che esterna in pubblico il suo amore, senza problemi. Trovo che sia un’immagine immensa, di una densità umana che commuove e trasmette felicità. Pensare ad un amore che persiste così deciso pur nell’età che avanza; pensare ad un piacersi che non conosce stanchezza; pensare a uno stimarsi che non disdegna l’attrazione fisica; pensare a tutto questo è cosa che non ti fa togliere gli occhi da quell’immagine. Fosse per me riempirei le città di immagini così… Le immagini guariscono il cuore e il cervello (quanto è stata grande la Chiesa a capirlo e a difenderle, prendendosi tutti i rischi, quella volta a Nicea quasi 1300 anni fa…)

Written by giuseppefrangi

maggio 25, 2010 at 10:00 pm

Pubblicato su pensieri

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