Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

Posts Tagged ‘Francesca Bonazzoli

La fantastica vecchiezza di Goya

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Oggi apre a Milano una mostra non so quanto sensata su Goya e la modernità. Sono quelle idee un po’ raffazzonate, in cui si vuole dimostrare che stante un grande, tutto quello che viene dopo discende, volente o nolente, da lui. Il che è un processo mentale di una genericità e di un semplicismo che lascia il tempo che trova. Goya basta da sé (se poi i quadri suoi che si possono avere in prestito non sono tanti e per condire una mostra dai numeri accettabili bisogna attaccargli una coda, questo è un altro discorso…).

Comunque alla mostra di Milano c’è un quadro che per me vale da solo il biglietto. È la Lattaia di Bordeaux, dipinta nell’estremo esilio francese. È il ritratto di una ragazza, di quelle che dalla campagna arrivavano in città per portare il latte. Sta sul dorso di un mulo che non si vede, con il contenitore sulla sinistra. Il ritratto è come visto dal basso, e si staglia su un cielo incredibile, immenso e profondo, che si fa via via più luminoso, e si accende nei contorni della figura. Goya dipinse questo quadro usando anche una tecnica spregiudicata, infatti il colore ad olio è mescolato con amido e con sabbia fine, un mix che fa vibrare di luce la materia. Il particolare per me indimenticabile è lo sguardo struggente della ragazza, pieno di desiderio e affondato nella nostalgia. Uno sguardo così antico e insieme così contemporaneo. Osservate la bocca socchiusa, come per un gemito che a noi è destinato a restare misterioso. La Lattaia di Bordeaux è un’icona della giovinezza, dei suoi fremiti e delle sue timidezze; un’icona dipinta da un grande artista che sino all’ultimo giorno si dimostra ingordo di vita.

Goya infatti aveva 82 anni, era sordo. Racconta l’amico Moratìn: «Goya arrivò sordo, vecchio, maldestro e debole, senza sapere una parola di francese e senza un domestico, ma contentissimo e desideroso di vedere il mondo». Lavorava in continuazione e in un commovente disegno custodito al Prado con l’immagine di un vecchio che cammina con le stampelle (eccolo qui sotto),  come ricorda sul Corriere Francesca Bonazzoli, scrive: «Aùn, aprendo», «Ancora, imparo». Grande Goya!

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Written by giuseppefrangi

marzo 17, 2010 at 12:45 pm

Cattelan o Viola? Io non ho dubbi

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Ieri, per una coincidenza, i due maggior quotidiani italiani hanno pubblicato due interviste a due star dell’arte mondiale: il Corriere, Maurizio Cattelan e Repubblica, Bill Viola. Io sono di parte, e tra i due non esito a stare dalla parte di Cattelan: più netto, più trasparente, più aperto al mondo. Comunque il confronto mi sembra interessante e emblematico, perché propongono due modi di mettersi davanti all’arte opposti. Cattelan è centrifugo, Viola è centripeto. Cattelan cerca un pieno, Viola insegue un vuoto. Cattelan è alla luce del sole, Viola gioca sull’oscurità. Per dirla tutta: le parole di Viola non aggiungono quasi nulla a quello che sappiamo e abbiamo capito di lui. Quelle di Cattelan invece svelano una fatica per capire il senso del proprio fare. In questo senso umanamente sono molto più interessanti. Anche la provocazione dei bambini impiccati all’albero di 24 maggio, dalle parole di Cattelan viene restitutio in maniera diversa e comprensibile. Ecco una breve antologia perché anche voi possiate giudicare (anche se il ritratto di Cattelan firmato da Francesca Bonazzoli è bello da leggeer in integrale).

Maurizio Cattelan dixit

«Ma io non provoco! La mia aspirazione è fare lavori che siano il massimo della sintesi: il libro perfetto dovrebbe avere sole cinque pagine e allo stesso modo io voglio fare lavori che parlino alla gente e però non siano popolari. Un’ opera funziona se ti attira e poi quando sei vicino e disarmato ti tira un cazzotto. Per esempio nello scoiattolo suicida, il sangue non si vede: alla prima occhiata può sembrare una fiaba, ma poi ti dà il cazzotto. Così per i bambini impiccati. La forza di quel lavoro stava proprio nel fatto che era esposto in una piazza. Insomma è importante quello che riesci a smuovere nelle persone, ma io non mi dico mai: adesso devo inventare una provocazione. Una volta esposta l’ opera, io stesso divento uno spettatore incosciente di come le altre persone l’accoglieranno. Sono un tramite di qualcosa che non è sotto il mio controllo».

«Farò un monumento di marmo contro tutte le ideologie e sarà l’ occasione per confrontarmi con un tema classico della storia dell’ arte, così come già ho fatto con le statue del cavallo e del papa. Mi interessa mettermi in relazione con questi micromovimenti della storia; il provocatore, al contrario ti aspetta con la sua aggressività per tirarti giù, ma io non ho quel progetto».

«Vedo gli amici soprattutto col computer, via Skype: sono per lo più persone disordinate, squilibrate come me. Qui a New York incontro un artista che è veramente fuori di testa; di recente sono stato all’ Outsider fair, una fiera di sconosciuti al sistema dell’ arte. Molti di loro sono geniali e mi piace sostenere i loro lavori, ma spesso non ce l’ hanno fatta perché hanno dietro storie di malattie mentali e alcuni sono morti in ospedali psichiatrici».

Che cosa vorrebbe dunque ancora dalla vita? «Trovare la serenità dentro di me. L’ unica cosa con la quale te ne vai da questo mondo. Più invecchi più ti rendi conto che le cose non ti proteggono: possono indurti a credere che ti aiutino, ma non ti salvano».

Bill Viola dixit

«Cerco di portare in superficie qualcosa che esiste già. È già lì. Solo che non la vediamo. L’ arte per meè rivelazione».

«Anche se non lavoro con il pennello ma con il video, mi sento un pittore che realizza immagini».

«L’ idea è nata quando ho visitato la Cappella degli Scrovegni a Padova, sono rimasto folgorato. Giotto è uno dei miei eroi. Penso abbia fatto il primo dipinto virtuale. Quando ho visto lo spazio sono rimasto sopraffatto. Dopo il primo impatto, quando mi sono ripreso, ho riflettuto sul fatto che ogni superficie era affrescata, è stato come entrare in una realtà virtuale. Così ho iniziato a progettare un grande ciclo di immagini, connesse ma indipendenti. Quello che mi ha affascinato era entrare in uno spazio e camminare dentro le immagini. È quello che ho fatto in Go Forth by Day. Entri in un luogo illuminato solo dai bagliori delle proiezioni per camminare, come in un sentiero, in questa lunga stanza e attraversare il ciclo eterno della vita e della morte, della creazione e della distruzione. Il titolo deriva dal Libro dei Morti dell’ antico Egitto, e si riferisce al momento del trapasso in cui dal buio si passa nella luce. È incredibile osservare come l’ idea della luce intesa come rivelazione sia presente indistintamente in tutte le tradizioni religiose».

«Erano gli anni della guerra del Vietnam e della contestazione», ricorda Bill Viola, «in America la cultura e la religione orientale erano un simbolo. Volevamo andare a vedere di persona. Quel viaggio ci ha cambiato la vita. Siamo rimasti in Giappone diciotto mesi, fra il 1980 e il 1981, e abbiamo avuto la fortuna di incontrare un maestro zen straordinario: Tanaka Daisen. Praticavamo con lui quasi tutti i giorni, eccetto quando lui viaggiava. Era un uomo magico. Mi diceva “devi imparare a essere vuoto”. Se lo immagina? Avevo studiato anni per imparare a essere pieno, di idee, progetti, immagini, e ora quest’ uomo mi diceva che dovevo essere vuoto, e perso, e imparare a lavorare da una posizione di fragilità. Era pazzesco, ma aveva ragione».

Written by giuseppefrangi

marzo 1, 2010 at 3:38 pm