Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

Archive for giugno 2009

L’io di Caravaggio

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Conversazione su Caravaggio al Teatro I a Milano, nell’ambito del ciclo Ex Cathedra. Per tema di partenza una domanda: perché Caravaggio mette ogni volta in fila migliaia di persone? La stessa domanda che aveva dettato a Longhi il bellissimo Consuntivo scritto su Paragone all’indomani del travolgente successo della mostra del 1951. E che aveva indotto a André Berne-Joffroy a scrivere quel magnifico libro enciclopedico che è il Dossier Caravage.
Per rispondere alla domanda ho passato in rassegna gli otto quadri in C. si è dipinto. Perché la tesi che volevo verificare è questa: il successo di C. oggi c’entra con la modalità con cui il suo “io” entra dentro le sue opere?
Ecco alcuni appunti conclusivi. Un grazie a Cristina Terzaghi per l’aiuto fornito.  Perdonate la lunghezza del post.

carav-09Caravaggio opera un taglio bruciante con il passato che aveva idealizzato l’io creatore dell’artista e lo aveva portato su una ribalta metastorica (La Scuola di Atene di Raffaello ne è l’emblema). Caravaggio scaraventa l’io, il suo io dentro il presente. Lui è contemporaneo a quel che accade e nello stesso tempo fa sì che quel che accade (e che lui racconta nei suoi quadri) diventi contemporaneo al tempo di ogni uomo. Non c’è rievocazione ma realtà fattuale, sempre. Sulla scena di questa realtà colta nell’atto del suo compiersi, l’io è necessariamente presente, perché il quadro stesso testimonia che lui è lì. È come un fotografo: magari non lo vedi, ma se ha scattato quella foto, va da sé che fosse testimone e protagonista di quell’attimo di storia. Caravaggio consegna a chi guarda questa certezza, che folgora anche lo sguardo degli uomini d’oggi. Quello che vedete è tutto vero: le cose sono andate così. È tale la sua energia nel rendere tutto presente a se stesso, che anche chi guarda alla fine la sente presente a se stesso, alla sua vita di quell’istante. (Nell’immagine, l’autoritratto incluso nella Resurrezione di Lazzaro)

Il presente è anche energia in azione. Cioè è tempo che ci scorre davanti agli occhi. Caravaggio ha questa grande genialità cinematografica. I suoi quadri sanno essere sequenze di attimi presenti. Uno inghiotte l’altro, con la velocità preciptosa della realtà. Non sono un fotogramma solo, sono più fotogrammi che scorrono orizzontalmente come quelli di una pellicola. Il presente se fosse concepito come attimo assoluto, sarebbe irreale. Invece è attimo che corre per lasciare posto all’attimo successivo. Caravaggio ha colto questa caratteristica pressante ma insieme fuggente del presente. È un presente che corre, che scorre veloce, che racconta sequenze. «È un fenomeno non facilmente spiegabile questa passione popolare per Caravaggio. Ci va gente che che non è mai stata in un museo che non è mai entrata a Brera. Sarà che certe sue cose hanno l’evidenza di un film in technicolor», scrive Giorgio Galansino a  André Berne-Joffroy. Il suo essere così espressamente cinematografico lo fa essere contemporaneo: è allineato con la grammatica visiva del nostro tempo.

Come possiamo definire fenomenologicamente l’io di Caravaggio? È un io certamente inquieto. “stravagante” è l’aggettivo che ricorre più di frequente nei suoi primi biografi. «Con il cervello stravolto», lo definisce il Susinno suo biografo siciliano. E completa «più agitato che non è il mare di Messina colle sue precipitose correnti che or salgono, or scendono». Federico Borromeo che pur era stato un suo collezionista avendogli comperato la Canestra dell’Ambrosiana, in un suo libro De dilectu ingeniorum scrive: «Conobbi nei miei dì in Roma un dipintore il quale era di sozzi costumi, et andava sempre mai coi panni stracciati, e lordi a maraviglia, e si vivea del continuo tra garzoni delle cucine e li S.ri della corte. Questo dipintore non fece mai altro che buono fosse nella sua arte, salvo il rappresentare li tavernieri, et i giocatori, overe le cingare che guardano la mano, overo i baronci, et i fachini et li sgraziati, che si dormivano la notte per le piazze; et era il più contento huomo del mondo, quando havea dipinto un hosteria, et colàentro chi mangiasse et bevesse. Questo procedeva dei suoi costumi, i quali erano simiglianti ai suoi lavori».
È un io violento, a volte intrattabile. Ora, se questo è il profilo psicologico e caratteriale di Caravaggio, viene da porsi una domanda: com’è possibile che date queste caratteristiche riesca a mantenere uno sguardo così preciso, credibile, assolutamente esatto, a volte addirittura tenero sulla realtà? Com’è che a un cervello tanto stravagante riesca di essere tenacemente lucido nell’aderire al piano delle cose?
Caravaggio è il pittore meno ambiguo della storia, dichiara tutto, si mette a nudo.  È il pittore che inventa il buio, ma non è un buio che nasconde nulla. Si vede sempre tutto.  Non credo che ci siano formule che spieghino questa dicotomia e come Caravaggio riesca a risolverla. È cosa che appartiene al mistero, sia artistico che umano che lo riguarda. L’unica cosa che possiamo dire che quello di Caravaggio è un io che si lascia investire pienamente dalla realtà. Non aggiungerei altro.

Ma c’è un altro punto di mistero che chi è credente non può non affrontare. Provo a dirlo. C. è il pittore dei peccati mortali, come lui stesso si dichiara. È pervicace nel reiterare i suoi comportamenti scellerati. È spavaldo, sicuro della propria grandezza.
Per dirla tutta ha una moralità assolutamente discutibile. Com’è possibile che da una persona così vengano le immagini più assolutamente aderenti alla realtà del fatto cristiano, è appunto un mistero?  Di grandi geni capaci di capolavori pur nella vita depravata è piena la storia. Di grandi geni depravati capaci di essere testimoni del fatto cristiano come Caravaggio non ce ne sono. Che sia questa un’altra delle ragioni del suo colpire anche l’uomo d’oggi, spesso del tutto ignaro del senso “iconografico” e morale dei fatti che lui racconti, ma che resta colpito dall’umano che li pervade. Porta davanti ai nostri occhi quel che ognuno inconsapevolmente desidera per la propria vita, senza nessuna connotazione d’ordine morale, senza richieste di precondizioni.
Dovessi dirlo con una formula, non porta certezze, porta evidenze. Come quelle del suo Tommaso che mette le mani nel costato di Cristo. O come quella dell’apostolo di Emmaus che spalanca stupito le braccia davanti a qualcosa di assolutamente inatteso che fa palpitare il cuore. Difficile pensare che non sia tutto vero.

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Written by giuseppefrangi

giugno 30, 2009 at 10:57 pm

L’arte contemporanea, questione di millimetri

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beer quadrato2È stato un successo che ci ha un po’ travolto quello di Giorni Felici: oltre 2mila persone a casa Testori, in una settimana. È bello veder la gente uscire contenta dopo aver visto opere che se viste in un museo avrebbero suscitato perplessità o rifiuto. Invece la casa crea un clima diverso, induce ad atteggiamenti più pazienti, spinge tutti a capire o ad essere curiosi. Così le persone compiono tutto il percorso, attente a non saltare nesuna sala e lasciano commenti soddisfatti sul libro dei visitatori. Nessuno contesta un attrito tra la struttura assolutamente normale del contenitore (una casa che più casa non si può)  e il contenuto di molte stanze, ardito, spiazzante, a volte fisicamente conciliante con l’idea che quella possa essere usata come casa. Questo deve far pensare: la chiusura all’arte contemporanea non è detreminata dalle opere, ma dalla pretenziosità un po’ elitaria con cui le si presenta. Alla sfida delle normalità, l’arte contemporanea trova spazi inattesi di dialogo con un pubblico molto più ampio.
Dialogo significa punti di contatto reali. Un aneddoto: a un acquirente di due dittici iperminimalisti di Christiane Beer, l’artista tedesca che oggi lavora a Milano (ha sue opere nella nuova Bocconi) ho chiesto come mai avesse scelto proprio quelle opere così “mute”. Lui mi ha spiegato di fare un lavoro in cui una frazione di millimetro decide o meno la riuscita del lavoro stesso. «E la Beer è una che ha capito quanto sia assolutamente decisiva la frazione di millimetro». Meglio di qualsiasi analisi critica.

Written by giuseppefrangi

giugno 26, 2009 at 4:47 pm

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Felici questi Giorni Felici

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riccardo gavazzi2È decollato Giorni Felici a Casa Testori a Novate. Un’esperienza insolita e entusiasmante di incontri e di contaminazioni. 22 artisti, a ciascuno una stanza. La casa, il brutalismo della ferrovia davanti alle finestre, a pochi metri, la sorpresa del giardino smagliante di verde alle spalle. È un luogo potente e insieme liberante. Speriamo di ripeterlo.
Ogni artista ha motivato la sua presenza e il so lavoro con brevi note, spesso suggestive. Mi hano colpito quelle di Andrea Bianconi, che occupa la veranda al piano terra, e quella di Paolo Rosa di Studio Azzurro che ha portato il video dei Due Lai testoriani in una stanza invasa dall’oro.
Chi non vuole perdere Giorni felici qui trova i dettagli.

Nella foto: la Farfalla smagliante di rosso di Riccardo Gavazzi.

La Stanza è un’esplorazione della mia personale geografia, è un cammino nella mia mente. È il semaforo che si trova  nella mia mente, la legge a cui tutti dobbiamo sottostare, l’uccello che si trova sopra la mia testa. Utilizzo centinaia di uccelli freccia in volo, di tessuto, carta e rete metallica, tra libertà e vincolo, per portarmi e portarti da qualche parte sconosciuta. Continue sovrapposizioni, costruzioni e decostruzioni.
Immagino il mio cervello, claustrofobico e complesso, come una grande voliera. Ballerei per ore in questa stanza.
Andrea Bianconi

Le riprese di questo video nascono curiosamente per una esigenza di casting. Eravamo all’inizio della preparazione del nostro film “Il Mnemonista” e ci siamo sempre immaginati Sandro Lombardi come naturale interprete.
Sandro lo conoscevamo dai tempi dei Magazzini Criminali, c’eravamo sfiorati molte volte anche per dei lavori comuni, e non ci siamo mai staccati dall’idea che il personaggio principale di quel progetto che da tempo coltivavamo non potesse essere che lui.
La rappresentazione dei Due Lai al Piccolo Teatro di Milano era dunqu l’occasione, dopo il suo assenso al progetto, di avvicinarsi al suo mondo: sperimentare il suo viso, la sua voce, penetrare attraverso i suoi gesti nella visionaria interpretazione.
L’occhio della telecamera perlustrava le espressioni più impercettibili, indagava ogni potenzialità, ogni battito di poesia. Tutto pensando al nostro film, ritagliando la sua immagin unicamente dentro la nostra scena immaginata.
Di Testori, di questo Testori, non ci eravamo ancora accorti. Ma fu proprio Sandro a renderci inevitabile quest’incontro. La sua trasfigurazione non poteva prescindere da que testo, non poteva che indurci ad ascoltare le parole, a scivolare dentro quegli accostamenti esplosivi, ad apprezzar la straordinaria immaginazione che prendeva forma. Grazie Sandro per averci introdotto a lui e per la tua impagabile prova nel Mnemonista.
Piacere Testori di averti conosciuto così.
Studio Azzurro

Qui un filmato sulla mostra e l’articolo di Francesca Bonazzoli sul Corriere

Written by giuseppefrangi

giugno 20, 2009 at 12:31 pm

Giovanni Romano, la critica come un film

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C’è una cosa che in particolare mi ha colpito nel libro realizzato per i 70 anni di Giovanni Romano (Per Giovanni Romano, L’Artistica Editrice. Tel. 0172.726622): è il film delle foto delle opere studiate dal critico. Sono 72 immagini bellissime che si aprono con l’oro del Crocifisso del vescovo Leone, conservato nella Cattedrale di Vercelli e si chiude con il bianco e nero dell’omaggio di Giulio Paolini, 1973. È il film di una vita di studio applicata quasi tutta a un territorio, senza che il territorio venga mai sentito come un limite o come un orizzonte angusto: anzi, la raffica di immagini in sequenza invece evocano una ricchezza infinita di storie e di storia. Dato che non c’è un nesso se non il fil rouge degli studi di Romano, ad ogni pagina si prova la felicità destata dalla rivelazione sorprendente di opere che aprono sempre nuovi capitoli. Per di più a volte sono tagliate con particolari arditi, che fulminano, senza concessioni all’insieme (belli quelli della pala Del Majno- Gaudenzio di Morbegno).  E che dire di quella Vergine Annunciata, opera di uno stuccatore lombardo di inizio 1600, conservata a Vicolungo? O della sfilata dei Canonici di Lù capolavoro cabalettistico di un ben ritrovato Guala?
Nello stesso volume, tragli scritti in omaggio a Romano, Simone Fachinetti pubblica il primo testo noto di Roberto Longhi. È un testo del 1911, pubblicato sulla Voce di Prezzolini, stralciato ad arte dalla Bibliografia longhiana per i giudizi oltranzisti nei confronti di Adolfo Venturi e di Igino Benvenuto Supino. Longhi ha 21 anni ma ha già idee molto chiare (e una scrittura che lo aiuta rendere senza fraintendimenti quelle idee…). Ecco un esempio: «Perché: o l’introduzione si limita a pure informazioni storiche e allora  si può senza pompa, silenziosamente ridurre alle note, o si picca di critica estetica, e allora, no, per l’inevitabile sconnessione che ne risulterebbe nell’economia ideale della collezione, anche astraendo dalla buaggine inevitabile di novanta su cento delle introduzioni, una volta cadute nei piedi dei venturini, dei supinini, e di siffata genterella. Perciò si riduca l’introduzione, per carità! Alle note, alle note» (che mi sembra una bella sintesi della metodologia di Romano).

Written by giuseppefrangi

giugno 14, 2009 at 4:40 pm

Gillo Dorfles biennalesco: quella rana doveva essere verde!

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La Biennale ha questa caratteristica: è la sola mostra capace di muovere i critici. Non si può scrivere della Biennale senza averla vista. O meglio senza esserci stati, perché in realtà i più  vanno essendosi già fatti l’idea prima ancora di aver visto. Insomma vanno con gli articoli in valigia, cui si aggiunge qualche tocco di colore. Anche quest’anno è andata più o meno così. Ognuno ha la sue ragioni e le sue coordinate culturali con cui motivare i propri giudizi: certo mi sembra ci sia una scarsa propensione a farsi sorprendere (in sostanza, per stare a Damien Hirst, a nessuno capita di esclamare: «cazzo,questa che cos’è?»).

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Setacciando le cronache incrociandole e depurandole dai preconcetti inquinanti, abbiamo capito che il padiglione polacco di Krzysztof Wodiczko (a sinistra) è il più ammirato. Che quello americano di Bruce Naumann è il più discusso (Leone d’Oro per un’opera impressionante ma già vista, foto a destra). Che il padiglione Italia è molto debole nel suo insieme. Che il Fare Mondi all’Arsenale, curato da Daniel Birnbaum, ha una sua freschezza capace di sorprendere. Che Nathalie Djurberg, già vista alla Fondazione Prada di quest’anno, ha una grinta allucinata fuori dal comune. Che davanti all’allestimento di Renzo Piano per il suo amico Vedova si resta a bocca aperta (e non poteva essere altrimenti).

Ma ci voleva il vecchio Gillo Dorfles per darci uno sguardo disincantato e insieme affascinato di questa Biennale. Il Corriere lo ha messo in prima pagina e poi fotografato, vestito in un inappuntabile completo beige, con tanto di fogli per annotazioni in mano. Il Gillo “biennalesco” la definizione è sua) scrive senza acrimonie, sottolineando alcuni giudizi a tutto tondo. Constata l’arretramento dei video, cui però non corrisponde una ripresa della pittura: «non possiamo non constatare quanto modesto sia l’apporto della tela dipinta». Lui, studioso di tutti i linguaggi alti e bassi, critica certa arte si concede derive troppo facilmente ludiche. Poi con quell’aria birichina del nonuagenario che si puà permettere tutto, scrive questo del Ragazzo con la rana messo dal neo doge François Pinault sulla Punta della Dogana: «Anche la statua di Carles Ray, Ragazzo con la rana (balordo riferimento alle antiche sperimentazioni di Galvani) avrebbe avuto un po’ più di fascino se l’antico anfibio fosse stato di un bel marmo verde del Belgio!».

Written by giuseppefrangi

giugno 10, 2009 at 11:05 pm

La grande arte che ti fa dire “cazzo, cos’è”

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«Che cos’è la grande arte? La grande arte è quella che ti fa fermare quando giri l’angolo e dire, “cazzo, cos’è?” È quando ti trovi davanti ad un oggetto col quale hai un rapporto personale fondamentale, stretto e capisci qualcosa sull’essere vivi che non avevi mai capito prima». Sono parole di Damien Hirst tratte dal suo Manuale per giovani artisti (un bellissimo, selvaggio libro generazionale). Ho intercettato queste parole leggendo una relazione di Beatrice Buscaroli, curatrice con Luca Beatrice del padiglione italiano della Biennale testé aperta. I giudizi ingiuriosi che accompagano questa citazione (per la quale d’istinto le avrei fatto i complimenti) evidenziano una cosa: che la critica cerca ossessivamente di rifugiarsi in uno schema, mentre l’arte scappa dagli schemi. Il libro intervista di Hirst è zeppo di intuizioni critiche fulminanti (vi si leggono alcune delle cose più acute che siano state dette su Bacon), ma soprattutto non si “lascia prendere”.  Colpisce e scappa via. Prima ti persuade e il passo dopo ti spiazza. Invece la critica “biennalica” ha la sola preoccupazione di mettere in ordine le cose, di mettere paletti e punti fermi (del tipo: qui è arte e qua no), di stabilire canoni estetici dentro i quali non sentirsi persi.  Una sorta di grande anestesia esperienziale.
Meglio ammettere che i conti non sempre tornano (anzi quasi mai). Quel “cazzo cos’è” di Damien Hirst è ancora l’esperienza più bella che l’arte ci riserva. Non sapevi, non prevedevi e ti trovi investito da un’evidenza che ti scuote e ti resta incollata in testa. Ad esempio io ho sempre in testa l’agnello di Damien Hirst sigillato dentro quella teca tabernacolo alla mostra di Napoli di qualche anno fa. Un po’ Zurbaran e un po’ Bacon: con la purezza di un Agnus Dei riemerso dalla profondità della storia.

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«Francis Bacon dipinge un ombrello del cazzo e ti caghi addosso. Dopo avrai sempre paura degli ombrelli. È un artista, uno scultore, un pittore. È l’ultimo bastione della pittura. Prima di allora la pittura sembrava morta. Completamente morta» (Damien Hirst)

Written by giuseppefrangi

giugno 5, 2009 at 10:20 pm

Da Abu Dhabi a Venezia, cortocircuiti globali

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louvreMentre il Ragazzo con la rana di Charles Ray si affaccia da Punta della Dogana nella Venezia “colonizzata” da François Pinault (che per qualche anno, sino a restauri conclusi, ha occupato anche il Ponte dei Sospiri), ad Abu Dhabi il Louvre ha avviato la discussa operazione Louvre-export. Per ora è solo una mostra con una quarantina di pezzi attinti dalle immnese raccolte. Domani sarà un museo vero e proprio con opere a rotazione sempre prelevate dai suoi caveau. L’arte ha innestato una marcia decisamente globale, discutibile ma difficilmente arginabile. Inutile star lì a piangere. Anche perché a volte succedono cose inaspettate: Le Monde nel presentare la mostra aperta da Sarkozy negli Emirati, ha pubblicato un’opera che mi ha lasciato a bocca aperta. È questo Cristo che mostra le piaghe, una scultura in legno policromo del 500. Non è probabilmente un capolavoro, ma in tutta questa giostra mediatica ha un effetto spiazzante. La sua dolcezza indifesa sembra venire da un altro mondo, e c’è da chiedersi con che occhi lo guarderanno i visitatori con la kefiah. Certo parlerà loro di uno strano occdiente di cui non avevano mai sentito dire… L’arte è bella perché provoca anche questi cortocircuiti.
(chissà se accadranno anche a Venezia con questo Ragazzo con la rana che sembra più il figlio di un accurato focus group e di una perfetta regia di marketing. Ma il fascino dell’arte è che obbedisce a una chimica imprevedibile. Tu dici: quell’opera è un giochetto. Poi l’aria di Venezia, il biancore del ragazzo sul biancore della Salute, l’afrore dell’estate lagunare, quel gesto bambinesco, il sorriso che non si capisce da dove sbuchi: stiamo a vedere se scatta qualcosa…)

Written by giuseppefrangi

giugno 3, 2009 at 8:05 pm