Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

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Boltanski, tristissima grandeur

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Sta raccogliendo consensi entusiastici la gigantesca installazione che Christian Boltanski ha realizzato sotto le volte del Grand Palais di Parigi. La materia prima sono i vestiti dismessi: disseminati sul pavimento a comporre quadrati regolari tra i piloni di ferro e poi ammucchiati alla fine del percorso in un’enorme montagna che si alza sotto la cupola del Grand Palais. Lì c’è una gru che continua ad “azzannare” i vestiti e a ributtarli in cima al mucchio. Non ho visto l’installazione che s’inserisce nel ciclo Monumenta. Ma girano tantissime immagini (qui ne vedete di belle) e mi permetto di osare qualche idea. Il titolo che Boltanski ha dato all’opera è volutamente ambivalente: “Personne”, che in francese sta per “persona” e per “nessuno“. Mi sembra che la seconda accezione sia più decisiva per la comprensione dell’opera, che racconta una riduzione a nessuno delle persone. È l’idea di un’umanità depredata, svuotata. Ridotta a straccio. Il freddo che Boltanski ha imposto nel palazzo trasmette (immagino) quella sensazione sulla propria pelle. C’è come un desiderio di castigazione e forse anche di autocastigazione. Ne deduco che quella di Boltanski è arte depressa. Al visitatore non resta che farsi auscultare il cuore alla fine del percorso, per accrescere quell’altra opera strana dell’estroso Boltanski: raccoglie (per conto di una fondazione giapponese) le registrazioni dei battiti dei cuori: è già arrivato a 30mila. Evidentemente siamo all’ultima stazione dell’intimismo. Siamo in un  cerchio senza uscite. Scusate, ma godere di starci dentro non è segno di buona salute mentale…

Stracci per stracci molto più interessante il cortocircuito della Venere di Pistoletto. Lui confondeva i registri, abbassava Venere o forse innalzava davvero gli stracci. Comunque creava una novità estetica vera. Lasciava e lascia spiazzati. Io ho sempre pensato che se Venere si vestisse di quegli stracci sarebbe elegantissima. Gli stracci di Boltanski invece ti mettono addosso tristezza e non ti scaldano neppure…


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Written by giuseppefrangi

gennaio 26, 2010 at 11:32 pm

Picassò, Picassò

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Al Grand Palais di Parigi, ore di coda per entrare nella mega mostra Picasso et les maîtres. È una mega mostra inutile, fatta solo per saziare l’ambizione transalpina, la mai sopita voluttà per la propria grandeur. Ecco quindi Picassò messo a paragone con i giganti della pittura che in qualche modo gli sono caduti sotto gli occhi: l’obiettivo è di dimostrare che lui è sullo stesso livello. Cosa probabile, ma che converrebbe dimostrare per ben altre vie.
Picasso si accosta ai classici con la stessa voracità e la stessa inerzia culturale con cui può accostarsi al corpo di una donna o alla brocca d’acqua di una natura morta. Ma questa che è una qualità della sua grandezza diventa un limite nel momento in cui si confronta con i giganti, che invece del “pensare” hanno fatto spesso un architrave del proprio agire pittorico. Prendete la parete della sala finale: in trenta metri sfilano la Venere del Prado di Tiziano, la Maya Desnuda di Goya, L’Olympia di Manet, l’Odalisca di Ingres. In mezzo i divertimenti dell’ultimo Picasso. Gigantesse che sembrano dipinte da un bambinone cui sia stata donata l’energia di un gigante. Ma bambinone resta. E il confronto finisce con l’essere oggettivamente imbarazzante.
Picasso macina i maestri come macina tutta la realtà che lo circonda: ma nel confronto con i maestri il rischio si fa più alto e il gioco ha il fiato corto. Così è nella sezione delle nature morte, dove soccombe vicino alla magia pre morandiana di Zurbaran, e dove s’incarta davanti alla profondità misteriosa dei teschi di Cézanne. Insomma, l’elementarità che è una forza di Picasso, in questa mostra venga ribaltata clamorosamente in debolezza.

Tre postille. Primo: non mancano i capolavori. Il più capolavoro è il ritratto di Olga del 1923. Uno schianto di eleganza, forza, con un filo di malinconia, nello sguardo rivolto altrove.
Secondo: nel rapporto con il passato, manca il più importante, quello che la pittura romanica catalana. È lì che Picasso succhia la linfa della sua pittura senza ombre e tutta certezze. È quello il terreno saldo su cui poggia i suoi piedi e prende la sua andatura colossali.
Terzo: Domanda maliziosa. Se Picasso avesse avuto il coraggio di distruggere qualche suo quadro, non sarebbe stata cosa salutare?

Written by giuseppefrangi

ottobre 13, 2008 at 11:46 am

Pubblicato su moderni

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