Robe da chiodi

Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa

Robedachiodi prosegue su…

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Written by giuseppefrangi

ottobre 20, 2011 at 9:48 pm

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L’Apparizione di Polke

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È morto Sigmar Polke ad appena 69 anni. È un artista difficile da classificare. Di lui ricordo due visioni veneziane. Una alla Biennale 1999, la prima di Szeeman, in cui aveva esposto una sola enorme tela dal titolo Apparizione di Maria. Tela pixelata e delicatissima, che tgeneva con il fiato sospeso in quel suo lasciar appena affiorare l’immagine (vedi sotto). Quest’anno invece alla Punta della Dogana era suo l’ambiente più potente: grandi teloni traslucidi, come pellicole tese e impalpabili che davano una sorta di enigmatica solennità allo spazio. Polke con Richter ha rappresentato la risposta dell’Europa alla pop art americana. Ha riproposto la complessità laddove gli Stati Uniti spianavano la strada all’elementarità. In una lettera del 1963 in cui Richter presentava a un gallerista il lavoro suo e di Polke rivendicava lo spazio e l’identità di “una pop art tedesca”.

Se in Richter si coglie un’ambizione di classicità, quasi di strutturazione dell’arte pur senza negare l’avvenuta rottura di tutti i codici, Polke invece sviluppa un’arte fatta di esperienze sensoriali, di illuminazioni più che di costruzioni. Scrive Richter che «Polke ritiene che deve esserci qualcosa nella pittura, perché la maggior parte dei malati di mente inizia a dipingere spontaneamente». È il punto di squilibrio che sviluppa una pervasività creativa. Se coscienza c’è (e Polke senz’altro ne aveva) è coscienza psichedelica. Quella grande tela della Biennale del 1999 in fondo è la metafora: l’arte è come un’apparizione, offre sempre visioni che non t’aspetti. Vi riporto questa frase dal testo che Polke aveva scritto per quella Biennale: «Spero di aver contribuito, con i miei ragionamenti, a far sì che nel nostro tempo, privato di ogni immaginazione da ottusi iconoclasti, possa ridestarsi qualcosa dell’antica iconodulia».

Written by giuseppefrangi

giugno 17, 2010 at 10:09 pm

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Testori decapitato dalle figure

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È uscito in libreria una nuova edizione del Gran Teatro Montano.  Ne parla Avvenire in apertura dell’inserto culturale. La scelta davvero curiosa è quella di pubblicare il più bel libro d’arte di Testori senza le immagini relative. Può essere che la cosa sia stata dettata da ragioni di budget, dato che l’editore è un piccolo editore; anche se in realtà si è scelto di mettere altre immagini, quelle di uno scultore con cui Testori per altro ebbe a che fare negli ultimi anni della sua vita, Ilario Fioravanti. Siamo alle solite. Una cultura editoriale un po’ da strapazzo interviene su un libro importante come questo con criteri faciloni e del tutto arbitrari. Per Testori la scelta delle foto nei libri contava quanto i testi. Passava le ore e le giornate a seguire la realizzazione e il taglio delle immagini. Arrivo dire che certi autori esistono per il modo con cui Testori li ha fatti fotografare: penso a Beniamino Simoni, il grande scultore camuno, al quale dedicò un libro meraviglioso edito da un piccolo editore, la Grafo di Roberto Montagnoli (il problema evidentemente non è essere piccoli o grandi; è essere un buon editore o no…).  La campagna fotografica, che ancora ho stampata negli occhi, era stata fatta da Franco Rapuzzi. Sullo stesso Simoni uscì qualche anno dopo un libro scritto da Fiorella Minervino e fotografato senza “occhio” e senza cura: un libro che ha ridotto a figurini sdolcinati gli eroi furiosi di Simoni.

Oggi tocca a Gaudenzio. Eclissato visivamente proprio nel libro che l’aveva consacrato.  Quanto a Testori, paga un’altra volta un approccio tutto letterario ed estetizzante, con un’edizione che è il contrario di quella grande operazione di alfabetizzazione artistica che era stata nella sua chiarezza, nella sua eleganza e nella sua accessibilità l’edizione di Feltrinelli di 45 anni fa. Il testo in quel libro era un tutt’uno con l’apparato iconografico, espressione di una stagione straordinaria della fotografia d’arte, chiamata a raccolta per l’occasione: da Pizzetta a Lazzari, da Rampazzi a Reffo… Oggi è un testo decapitato.

Qui sotto la bellissima cover dell’edizione del 1965, disegnata da Ugo Brandi.

Written by giuseppefrangi

giugno 11, 2010 at 7:05 pm

Un Medioevo piene di tenerezze

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Quante sorprese tra le pagine del libro di Chiara Frugoni cui ho già fatto accenno qualche post fa.  Lei le definisce “pillole” di iconografia: in effetti sono centinaia di sguardi gettati su immagini generate dalla grande cultura medievale. E sguardo dopo sguardo poco alla volta cade la presunzione ci si è posti rispetto a quelle immagini: guardate con l’occhio nostro, che è un occhio superficiale, se non ha la pazienza di capire cosa vedeva davvero l’occhio degli uomini di quella stagione. Nelle immagini dell’arte medievale niente è mai messo a caso o per istinto di chi le ha realizzate. Tutto ha una ragione, e tutto obbedisce a una rigorosa struttura concettuale.

Ma ci sono particolari, che svelati, sorprendono anche per la loro geniale semplicità. Me ne sono rimasti impressi due e hanno per filo conduttore la tenerezza del rapporto tra Maria e suo figlio. La prima è relativa alla Crocifissione di Giotto agli Scrovegni. L’occhio medievale notava subito che Maria è senza il velo, elemento d’obbligo nella sua iconografia: infatti pietosamente lo ha prestato per coprire le nudità del Cristo crocifisso. Infatti il perizoma dipinto da Giotto è stranamente trasparente. Nessun Vangelo cita questo particolare, ma la Frugoni ha scovato molte fonti medievali che invece nel riraccontare la Crocifissione, immaginano questo particolare, che rende l’infinito strazio della madre che vuole evitare al figlio la vergogna della nudità a cui l’hanno obbligato i suoi carnefici. Un  gesto di semplice pudore che fa capire a quale dolente finezza possa arrivare l’amore di una madre.

Da Giotto, un salto indietro a Cimabue. Nella scena oramai quasi illeggibile dell’Assunzione ad Assisi, Maria e il figlio sono come legati da un abbraccio dentro la mandorla. Addirittura i loro piedi nudi si accavallano, come svela un disegno realizzato da un visitatore del secolo scorso (quando l’immagine era molto più leggibile). Questo motivo è ripreso da un minore, il Maestro di Cesi, del primo 1300, con un’opera che è unvero  trionfo della tenerezza. Maria infatti appoggia la testa sulla spalla del figlio, come colta in un momento di intimità. Lui, a sua volta la stringe a sé, abbracciandola. Mentre le loro mani s’incrociano e si sfiorano. È sorprendente come la ieraticità della scena non censuri per nulla il contenuto affettivo.

Non aggiungo altro alle parole di Chiara Frugoni su quest’opera: «Il Maestro di Cesi si mostra particolarmente felice nel rendere, con il fiducioso e intento abbandono della Vergine, a testa china fra le braccia di Cristo, l’intima dipendenza della madre-sposa verso il Figlio divino ritrovato, quasi Maria sussurrasse: “Infine!”»


Written by giuseppefrangi

giugno 9, 2010 at 12:12 am

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Indovina di chi è la Torre Velasca

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In un’intervista davvero insulsa pubblicata il 2 giugno dal Corriere a Zaha Hadid, in visita a Milano al cantiere Citylife, l’archistar dice di amare di Milano, la Torre Velasca di “Gio Ponti”. Ora, d’accordo che lo status di archistar legittima a dire qualsiasi cosa, ma un minimo di storia dell’architettura si può pur sempre esigerla. La Torre Velasca è firmata BBPR, dove la “P” sta per Peressutti e non certo per Ponti. E la cultura di BBPR è molto diversa da quella di Ponti: sono le due polarità di una straordinaria stagione della storia recente dell’architettura. Quindi la confusione, come l’ignoranza, è grande. Ed è grande anche nella redazione del Corriere, dove nelle pagine milanesi la considerazione della Hadid è stata ripresa pari pari, senza nemmeno fare una verifica su Wikipedia. E per colmo è stata anche enfatizzata da un sommario.

Written by giuseppefrangi

giugno 3, 2010 at 9:30 pm

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Maman Bourgeois

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È morta (a 99 anni) Louise Bourgeois. Tra le donne artiste per me è stata la più grande. Con quel suo sguardo ferito sulla vita. Mi piace omaggiarla ricordando che la sua scultura più famosa, il gigantesco ragno, ha un titolo che pochi ricordano: Maman. Quando le hanno chiesto le ragioni di quel titolo lei lo ha spiegato così: «Maman è un ritratto di mia madre, come io la vedevo. Era possente. Era malata e quindi fragile. Era graziosa e intelligente, e mi ha sempre protetta. Inoltre proveniva dal mondo della tessitura. Anch’io ho avuto tre figli, anch’io vorrei essere la buona madre».

(A ben guardare, quel ragno ha davvero qualcosa di protettivo e di materno. Il femminile dell’arte ha il potere di ribaltare tutti i codici e addomesticarli alle sue impreviste geometrie)

Written by giuseppefrangi

giugno 1, 2010 at 11:00 pm

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Troppo Maxxi stroppia

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In genere non amo i musei di arte contemporanea, proprio perché amo l’arte contemporanea: che è forte e tiene svegli proprio in quanto non ha casa, in quanto fiorisce e poi accetta di dissolversi, in quanto osa anche con il rischio di sconcertare. L’arte contemporanea deve stare su piazza, cioè sul mercato. Deve accettare di stare nel disordine del mondo: quando cerca consacrazione e si infila in luoghi tutti infighettati, ci muore dentro.
Il MAXXI, che ha aperto in pompa magna a Roma, nella sua concezione, è appunto uno di questi luoghi. È un museo impegnativo sotto ogni profilo: quello dei costi innnazitutto (150milioni per realizzarlo, tanti soldi per gestirlo); impegnativo sotto il profilo architettonico: è stato affidato infatti all’architetto più ammirato di questo inizio di millennio, Zaha Hadid, che ha realizzato una struttura certamente di grande fascino ma che chiede una programmazione complicata e ambiziosa. Per di più, come è successo per il celebre Guggenheim di Bilbao è un contenitore che tende a mangiarsi il contenuto. Difficile concepire una mostra che non naufraghi in quegli spazi imprendibili e spaesanti concepiti dall’architetta irachena naturalizzata londinese.

Per questo la domanda di fondo da porsi è una sola: ma Roma aveva proprio bisogno di un museo così? La risposta ovviamente per me è “no”. Primo, perché Roma è una città che si misura sui millenni e non si capisce in base a quale insulso calcolo dovrebbe consumarsi sulle frontiere incerte del contemporaneo. Secondo, perché non essendo una fucina del contemporaneo, Roma si riduce a fare la retorica del contemporaneo. E le paginate piene di punti esclamativi di questi giorni confermano questa sensazione. Si prende tutto a scatola chiusa.

C’è qualcuno che decantando le meravigliose prospettive del MAXXI ha proposto il paragone all’esperienza parigina del Beaubourg. Secondo siamo proprio agli opposti. A cominciare dalla concezione architettonica, che fa del museo romano una struttura tutta di cesello, da guardare e non toccare. Invece il museo parigino è stato pensato come un grande cantiere a pancia perennemente aperta. Il MAXXI sarà un’entità blindata («un luogo che concettualmente rispecchia la fluidità, però nella pratica è poi molto unitario», lo ha elegantemente bollato Angela Vettese). Invece il Beaubourg è come una piazza aperta e vissuta, che affianca al museo quell’immensa biblioteca e videoteca dove ogni giorno si affollano centinaia di studenti, di donne e uomini sintonizzati sui canali tv di tutti i paesi del mondo. Una macchina dalle cento funzioni diverse. È un luogo di cultura che si fa, oltre che di cultura celebrata.

Written by giuseppefrangi

maggio 31, 2010 at 9:42 pm

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